
Quanto pesa un titolo? Portnoy senza lamento e il mestiere del traduttore
Ha senso parlare ancora della nuova traduzione di Portnoy? No, ma ha sempre senso parlare del mestiere del traduttore e noi abbiamo deciso di farlo con Seba Pezzani.
«What’s in a name? That which we call a rose
By any other name would smell as sweet»
W. Shakespeare, Romeo and Juliet

Dopo mesi di trattative, nel marzo 2024 l’agenzia letteraria Wylie sigla lo storico accordo con cui cede alla casa editrice Adelphi i diritti delle opere di Philip Roth, fino a quel momento di proprietà di Einaudi. Un’operazione sorprendente, se si considera che negli anni Ottanta Adelphi ha costruito il culto di un altro Roth, l’austriaco Joseph, in esplicita opposizione al suo omonimo statunitense.
Non nuova invece la tendenza adelphiana ad accogliere nel proprio catalogo e a riscoprire autori già pubblicati, tanto recuperando i più dimenticati (Kundera, Simenon) quanto rilanciando i già noti (Sciascia). Azzardi risolti spesso in una felice «congiunzione astrale» – nelle parole del direttore editoriale Colajanni – che ci si augura avvenga anche con Philip Roth.
La casa editrice milanese ha scelto Portnoy’s Complaint per inaugurare il suo progetto di re-immaginazione dello scrittore di Newark. Una seduta psichiatrica, in forma di monologo, del trentatreenne newyorkese Alexander Portnoy, che ripercorre senza freno la sua vita alla ricerca del germe di singolari pulsioni. L’opera viene presentata al Salone del Libro 2025 da Colajanni e Codignola, quest’ultimo in veste di traduttore, insieme a Emmanuel Carrère e Livia Manera Sambuy. Durante l’evento L’uragano Portnoy si dirà che
prima di assumere la sua forma attuale, il materiale di Portnoy è stato varie altre cose – fra cui il commento parlato alle diapositive con zone erogene di varie celebrità, che avrebbero dovuto essere inserite all’interno di un celeberrimo e allora sacrilego musical, Oh, Calcutta! Solo dopo lunghi ripensamenti il monologo ha finito per diventare il quarto libro di Roth. Quello della sua consacrazione (o sconsacrazione): e anche quello da cui, inevitabilmente, Adelphi comincia la pubblicazione di tutte le sue opere.

L’uragano Portnoy al Salone del Libro di Torino 2025
Il criterio di questa ripubblicazione non è cronologico ma gerarchico: non l’opera prima, ma la prima che decretò, appunto, la fama del suo autore, presto identificato con il protagonista e bersaglio di infamanti accuse di oscenità e antisemitismo sin dalla pubblicazione nel 1969.
Portnoy’s Complaint approda in Italia l’anno successivo per Bompiani nella versione stesa da Letizia Ciotti Miller e più tardi per Einaudi in una seconda traduzione di Roberto C. Sonaglia (1988), con il titolo ormai canonico di Lamento di Portnoy.
Lo scandalo del secolo scorso per l’esplicita trattazione di alcuni temi (sessualità e vizi, sarcasmi sul modello di famiglia piccolo borghese) non è riproducibile oggi, dove poco o nulla è più davvero un tabù. Ma le polemiche non sono mancate. La ritraduzione Adelphi è stata affidata al traduttore, editor e scrittore Matteo Codignola, che ha optato per il titolo Portnoy. A (ri)aggiungere il lamento (perdonateci la facile ironia) ci hanno pensato subito i lettori, scontenti di questa mutilazione.
A favore del titolo accorciato giocano due ordini di ragioni: da un lato, la questione traduttologica per cui il termine lamento non coincide del tutto con il polisemico complaint inglese, che racchiude accezioni ora liriche, ora psichiatriche, ora giudiziarie; dall’altro lato l’efficacia narrativa, che al titolo Portnoy non sembra mancare. Difficile negare infatti che Portnoy, come solo di rado accade, sia un personaggio proverbiale e riconoscibile, che da solo invade la pagina e resta impresso in carne ed ossa (ma soprattutto carne) nell’immaginario dei lettori. Una porta d’accesso immediata a quella poderosa opera d’ingegneria narrativa che è il testo di Roth.
Più in generale, alla scelta di un titolo può concorrere una molteplicità di fattori, tra rigore filologico e valutazioni di mercato. Ad esempio, lo scorso ottobre ha fatto discutere la nuova traduzione uscita per i tipi di Einaudi del più celebre racconto di Franz Kafka: lo storico titolo La Metamorfosi ha ceduto il passo a La Trasformazione, scelto dalla traduttrice Daria Biagi per la maggiore fedeltà al tedesco Die Verwandlung.
Del resto, cosa c’è in un titolo? Gli sfortunati amanti di Shakespeare ce lo hanno insegnato: «Cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo». Così, nell’intento di chi ha guidato una non facile operazione editoriale, l’invito è a non giudicare il libro dalla copertina, ma addentrarsi nelle pagine, scoprire e riscoprire ciò che l’opera contiene.
A dire il vero, anche coloro che lo hanno fatto con Portnoy non hanno risparmiato verdetti inclementi. C’è chi non ha apprezzato la teatralità della resa di Codignola e la sua poetica dell’orale scritto, che avrebbe sacrificato sull’altare del comico un’altra componente essenziale dell’originale rothiano: l’elegante e quasi classico impianto retorico. D’altro canto, Codignola ha spiegato di aver affrontato il testo come se fosse stato il copione di uno spettacolo di stand up, avvicinandosi alle gag con cui Roth contribuiva alle serate di baldoria con gli amici, fondamentali per la genesi del romanzo. Linea ripresa dalla casa editrice: «Dopo molti anni, e infinite repliche, lo spettacolo aveva bisogno di un nuovo allestimento, che qui presentiamo invitandovi alla prima».
Per contribuire anche noi al chiacchiericcio sulle differenze di tono tra le traduzioni, abbiamo confrontato i tre diversi incipit:

Traduzioni a confronto
Difficile sapere subito come si assesterà quest’ultima traduzione, illusorio pronunciarsi sull’imponderabile gusto dei lettori (e dei più giovani, per giunta). Più saggio dedicarsi a quello che resta, e non è poco: un’opera multiforme che vive nella incontestabile grandezza di un autore che ha cambiato il segno dei tempi. Piacciano o no i risultati, questo è un banco di prova con cui è sempre interessante per un editore misurarsi. E per la fortuna di noi lettori, con le circa trenta opere che attendono di rivedere la luce, il caso non è ancora chiuso.
La traduzione
Abbiamo visto come la critica della traduzione, le rare volte in cui trova spazio nel dibattito culturale, rischia di risolversi in una questione di tifo. Fruttuosi ma più rari sono invece i tentativi di confrontarsi con quella fatica improba che è sempre la traduzione, e se possibile ancora di più in questo caso, dove la missione di seguire i flussi di pensiero nevrotici, ossessivi e comici di Portnoy può far scivolare facilmente il traduttore nelle sabbie mobili. Il caso di Portnoy non è il primo e non sarà l’ultimo, ma ci dà la possibilità di parlare del peso che ha l’approccio del traduttore a un testo, di come per ogni traduttore ci sia una filosofia differente per fare questo mestiere.
[…] il buon traduttore vuole rimanere esteticamente invisibile; il problema è quando l’invisibilità trabocca dalla pagina alla vita professionale, incrostandosi nell’assenza di considerazione. O nella tendenza a fare della traduzione un mestiere femminile perché è più facile pagare male le donne, e l’assenza di alternative ci costringe ad accettare condizioni umilianti. L’autorialità è in scelte pari a quelle dello scrittore; nell’interpretazione delle parole che hanno significati differenti nella lingua d’origine e in quella di destinazione: il traduttore si affida alla sua sensibilità per coglierne la simbologia e il significato profondo.
La vera sfida del tradurre, infatti, è accogliere l’Altro e dargli ospitalità nella propria lingua e nella propria cultura senza che la lingua e la cultura di chi traduce neghino l’altrui riducendolo al proprio, e tentino di assimilare l’elemento estraneo.
Tradurre è un’arte: il passaggio di un testo letterario, qualsiasi sia il suo valore, in un’altra lingua richiede ogni volta un qualche tipo di miracolo.
Italo Calvino
Nel brusio generale di quell’universo complesso che è la filiera del libro, abbiamo deciso di parlare con Seba Pezzani, autore, traduttore e interprete, al quale chiediamo l’operazione più delicata: tradurre per noi – nel senso di farci capire – in cosa consiste quest’opera di metodica devozione che è la traduzione.
- Hai sentito parlare del piccolo caso suscitato dalla ritraduzione di Portnoy’s Complaint e del suo nuovo titolo? Nel tuo mestiere come approcci alla lavorazione dei titoli? Quanto il risultato finale è una scelta del traduttore e quanto c’è, invece, di una più ampia visione editoriale?
In realtà, da buon cane sciolto, me ne sto ben a distanza dal mondo dell’editoria con le sue idiosincrasie e, spesso, le sue diatribe da salotto buono. Gli echi lontani di questa nuova traduzione erano giunti al mio orecchio, ma, per scelta e inclinazione naturale, tendo a prestare scarso ascolto a spifferi come quelli. Ho pure la sensazione che, il più delle volte, si tratti di stratagemmi più o meno velati per creare interesse per quella che, di fatto, non è altro che una nuova interpretazione di un testo non nuovo. Peraltro, ho dato un’occhiata ai tre incipit delle tre versioni diverse e, senza voler essere critico nei confronti dell’ultimo traduttore – essendo stato più volte io stesso vittima di strali critici in vario grado giustificati o meno, non mi permetterei mai – mi pare proprio che la qualità della traduzione sia andata progressivamente peggiorando dalla prima all’ultima versione. Ma, forse, sto uscendo dal seminato. La scelta del titolo è generalmente appannaggio dell’editore. Al traduttore viene chiesto di fare una proposta che, nella mia esperienza, il più delle volte viene disattesa. Quanto allo stile della traduzione, io vado dicendo fino allo sfinimento che inevitabilmente la voce del traduttore verrà fuori, ma che, per fare un buon lavoro, il traduttore debba fare un passo indietro e non sovrapporsi eccessivamente alla voce dell’autore. Il che, banalmente, significa che la traduzione letteraria dovrebbe essere “letterale”. Non credo di essere in maggioranza, da questo punto di vista.
- Oltre a essere traduttore e interprete, sei anche musicista e, in senso lato, ci sembra che entrambi i mestieri abbiano a che fare con il ritmo. Durante il processo di traduzione, a tuo parere, ci si affida di più all’orecchio e all’istinto o è maggiore la componente di studio e di metodo?
Metodo e studio, alla grande. Ovviamente, per parlare bene la lingua serve orecchio, ma i traduttori non sono necessariamente persone che parlano un’ottima lingua straniera. Detta così, sembra una sciocchezza scioccante. La verità è che a un traduttore non viene chiesto di affrontare una conversazione ad alto livello. Semmai, sono gli interpreti a occuparsene. Io di quando in quando faccio anche l’interprete, ma preferisco tradurre un testo. Talvolta, mi rende perplesso sapere che chi traduce non sia un profondo conoscitore della lingua, ma tant’è.
- In un’epoca in cui è possibile tradurre tutto in modo istantaneo servendosi di strumenti automatici, quanto conta il rapporto umano che hai costruito con Jeffery Deaver e con gli altri autori che traduci? C’è qualcosa nel loro slang o nel loro ritmo che una macchina non potrà mai percepire come fai tu?
Capita raramente che un traduttore sia in contatto diretto e assiduo con un autore con un cui testo è alle prese. Forse io sono un’anomalia proprio perché molti autori che ho tradotto mi hanno conosciuto nelle vesti di interprete e hanno capito di potersi fidare di me. Jeffery Deaver è il caso limite, perché è anche grazie alla sincera amicizia che ho costruito con lui che poi sono diventato anche suo traduttore (non “il” suo traduttore, perché per qualche strana ragione le traduzioni dei suoi libri vengono assegnate quasi sempre a persone diverse) e traduttore di molti altri. La cosa che aiuta tanto è potersi consultare direttamente con l’autore se c’è qualcosa di poco chiaro. Quanto allo slang, non è fondamentale conoscere l’autore perché ormai online si trova quasi ogni localismo.
- Fra gli autori con cui hai maggiormente lavorato figura Joe R. Lansdale, che usa un linguaggio molto legato a un’America specifica. Come gestisci l’invecchiamento delle parole? Preferisci una traduzione che rispecchi il presente con il linguaggio di oggi, rischiando così di usare termini che tra dieci anni saranno datati, o cerchi una lingua più atemporale?
Joe R. Lansdale è uno di quegli autori che scrivono come parlano. Jeffery Deaver non scrive come parla. Pertanto, conoscere Joe ed essergli amico è un grande vantaggio. O meglio, averlo conosciuto tanti anni fa, sostanzialmente prima di iniziare a tradurre i suoi romanzi, mi ha aiutato non poco. Come penso di aver detto, non mi piacciono i salti nel vuoto e le libertà eccessive. Talvolta, mi capita di sentire esponenti di questa o quella casa editrice sostenere che una traduzione è vecchia. Non sono molto d’accordo. Se la traduzione è buona, non invecchia mai. Certamente, ci sono modi di dire desueti. Però, se un romanzo, per esempio, dell’Ottocento, pensare di eludere espressioni vecchie fa sorridere. Allo stesso modo, utilizzare modi di dire ottocenteschi se si traduce un romanzo degli anni 2000 sarebbe assurdo.
- Oggi un traduttore deve combattere con tariffe sempre più basse e con la pressione dell’intelligenza artificiale, rischiando a volte di trovarsi a correggere traduzioni fatte da macchine. Quali sono le competenze che un buon traduttore deve avere per imporsi ancora con autorevolezza nel settore? Cosa consiglieresti a un giovane che vuole avvicinarsi a questo mestiere?
Purtroppo, le prospettive future non mi sembrano particolarmente rosee. Il mestiere del traduttore letterario non è mai stato molto premiante sul piano economico, ma, soprattutto, ha sempre avuto un’aleatorietà che non aiuta a costruire una sicurezza professionale. La china a cui l’IA spinge inevitabilmente i traduttori è davanti agli occhi di tutti. Il bravo traduttore non può che continuare a fare il proprio lavoro finché ne ha. Qualcosa mi dice che un giorno certe case editrici indicheranno sulla copertina dei propri libri il fatto che l’opera in questione sia stata tradotta da un essere umano e non da un programma di intelligenza artificiale, in tal modo differenziandosi dai concorrenti.
Sembra chiaro, ormai, che l’arte del tradurre non consista nella semplice trasposizione di un testo da un idioma a un altro, ma voglia dire decidere come quell’opera e quell’autore potranno incontrare il loro pubblico. Ciascun traduttore infonde una particolare percezione della traducibilità al proprio mestiere, vissuto ora come un atto politico, ora come una forma di ospitalità e di approssimazione all’estraneo. Nella ritraduzione di Portnoy altre ancora sono le variabili in gioco: si è parlato di una strategia pubblicitaria, ma anche del modo – forse l’unico – di rompere con la tradizione. Perché, in fin dei conti, l’editoria e i libri sono fatti anche di questo: di tempi che cambiano, di movimenti e di mille vite.
L’ospite
Seba Pezzani è interprete, autore e traduttore, fra gli altri, di Joe R. Lansdale, Henry Winkler, Anne Perry, Tom Franklin, John Harvey. È direttore artistico del festival internazionale musicale e letterario Dal Mississippi al Po. Tra i suoi ultimi lavori come autore abbiamo L’America di Jeffery Deaver e Joe Lansdale (2024) uscito per Giulio Perrone Editore.
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Massimo Rizzante, Portnoy senza lamento, «Doppiozero», 23 luglio 2025
Marta Olivi, Portnoy, o del lamento perduto, «CriticaLetteraria», 12 luglio 2025
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Franco Nasi, Philip Roth, una voce celebre si congeda dal suo contesto, «il manifesto», 27 luglio 2025
Giulio Silvano, Perché cominciare da “Portnoy”? Perché la galassia di Roth gli ruota intorno, «Il Foglio», 16 maggio 2025
Paolo Di Stefano, Il male di Portnoy e la scelta del titolo, «Corriere della Sera», 2 giugno 2025
Paolo Di Stefano, Roberto Colajanni, alla guida di Adelphi: «Perché pubblichiamo tutto Philip Roth», «Corriere della Sera», 17 febbraio 2025
Più che una metamorfosi era una trasformazione, «il Post», 24 ottobre 2025
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