«Era una nottataccia d’inferno» e altri svarioni editoriali

«Era una nottataccia d’inferno» e altri svarioni editoriali

«Era una nottataccia d’inferno» e altri svarioni editoriali

Le case editrici commettono errori? Certo, e noi abbiamo cercato di capire il perché. Poi, abbiamo scelto un racconto di Nora B. Cugno che, a modo suo, ci insegna ad accettare i nostri, di sbagli.

Non correggete i refusi, vi prego. Lasciate quegli insetti malinconici e venuti non si sa donde, lasciateli con le loro elitre stonate, allusive a una musica che non conosciamo.

Giorgio Manganelli

In una delle lettere prefatorie alle sue edizioni greche, Aldo Manuzio scrive: «Sii clemente, carissimo lettore, ogni volta che trovi un errore, e giudica con equità tanto grandi fatiche». Incalzato dai tipografi, oppresso dagli errori dovuti al cattivo stato dei manoscritti antichi o commessi nel corso della stampa, Aldo è il primo a raccogliere la sfida del lavoro editoriale. Questo accadeva nel lontano ottobre 1512.

Qualche secolo più tardi, il 27 ottobre 2025, Mondadori annuncia tramite i suoi social: «Cari lettori, ci siamo accorti di un errore». Nel nuovo libro di Mauro Corona, Il sentiero degli aghi di pino, tra il capitolo 8 e il capitolo 9 mancano tre pagine, saltate durante la composizione del file a partire dai taccuini dell’autore. Mauro Corona dal canto suo inveisce contro la casa editrice, mentre c’è chi con questa è molto solidale: solo chi non lavora non sbaglia.

Non si tratta di un caso isolato: un altro errore simpatico è stato commesso nel 2014 quando Einaudi immette sul mercato Lettere di John Fante e in copertina, al posto del ritratto dello scrittore italoamericano, compare la foto del poeta e saggista Stephen Spender.

Tweet Einaudi

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Il problema, però, non riguarda solo l’editoria italiana: nel 1934 nel dizionario americano Merriam-Webster, spunta dord, parola inesistente. Un collaboratore se ne accorse cinque anni dopo e il lemma fu espunto solo nel 1947.

Tutte le vicende riportate finora ci offrono il destro per sfatare subito un mito: libri senza imperfezioni non esistono. L’errore insidia da sempre la scrittura ed è quel che hanno in comune gli amanuensi del Medioevo, gli stampatori del Cinquecento e i moderni impaginatori di Adobe InDesign. Che si tratti di banali refusi, di tagli drastici o di grossolane interpolazioni, gli errori si nascondono, resistono al primo sguardo come al decimo, per palesarsi solo dopo il fatidico Visto si stampi.

Veniva soprannominato Titivillus e nell’immaginario medievale si credeva operasse per conto del diavolo per indurre in errore i copisti.

Veniva soprannominato Titivillus e nell’immaginario medievale si credeva operasse per conto del diavolo per indurre in errore i copisti.

 

Ora, inutile girarci intorno, sbagliare non piace a nessuno; un errore è per definizione indesiderato, oltre che imprevisto. Ma forse per costruire una sana cultura dell’errore non può far male cambiare prospettiva e liberarci dalla paura di fallire.

Iniziamo noi ad avanzare alcune personali ed estemporanee impressioni:

  1. In passato, le edizioni sbagliate sono divenute leggendarie gemme da museo: non di rado infatti un maggior numero di curiosi si è avvicinato ai libri stampati male proprio perché imperfetti, unici. Ciò vuol dire che i lettori, in fondo, amano sbirciare dietro le quinte anche e soprattutto quando qualcosa va storto. Nei casi più estremi si è assistito a una vera e propria caccia al tesoro delle copie fallate, oggetto prezioso di collezionismo.
  2. Nell’epoca del sopravvento dell’AI, forse questi errori umani faremmo bene, finché possiamo, a tenerceli cari, purché siano accolti con umiltà e seguiti da redenzioni e soluzioni alternative. Più in generale, il dibattito sul rapporto tra letteratura e intelligenze artificiali è quanto mai acceso e vive di contrapposizioni, ma possiamo fare nostra l’aspirazione di Wu Ming 1: chiedere alla letteratura [e agli editori n.d.A.] evidenze di umanità («Se è ancora questo che chiediamo, è probabile che quella letteratura continuerà a darcela gente che ha un corpo e vive, come noi»).
  3. Un folto e autorevole gruppo di addetti ai lavori ha avuto fiducia nell’errore e nelle sue inesplorate potenzialità creative. Nella raccolta di elzeviri dal titolo Refusi (Elliot 2025), Alberto Savinio scorge nella casualità di questi incidenti tipografici la capacità di attivare le latenze dei nostri piccoli mondi e di aprire squarci su quel che crediamo di conoscere.

Per tutti questi motivi, sarebbe più realistico immaginare una casa editrice non come un tempio della perfezione, ma piuttosto come un’officina frenetica dove, come ai tempi dell’inventore Manuzio, si lavora tra scadenze e imprevisti nel segno di un più vasto progetto.

Chiediamoci quindi cosa accade in questa officina-redazione prima che il libro arrivi nelle mani dei lettori. Chi la compone e cosa fa? Quali gli strumenti indispensabili per fare un buon lavoro? Per chiarirci le idee ecco uno schema che spiega un po’ quali sono gli uffici di una casa editrice e soprattutto da chi è composta una redazione, che è il cuore del lavoro sul libro.

Pur semplificando, dobbiamo ricordare che spesso le case editrici più piccole hanno collaboratori esterni che correggono le bozze, che impaginano; in alcuni casi anche i redattori possono essere esterni. Le mansioni, poi, non sono sempre fisse: le bandelle a volte possono essere scritte dall’editor altre dal redattore, allo stesso modo il redattore può anche impaginare. Insomma, ogni editore è un universo a sé stante, difficilmente circoscrivibile in un unico schema.

Il racconto

L’anno scorso, in occasione della call che abbiamo curato per Salerno Letteratura abbiamo letto un centinaio di racconti e uno in particolare ci aveva colpite per la capacità di condensare in quattromila battute paure e rassicurazioni, di mostrarci l’interiorità dei personaggi equilibrando l’assurdo e il reale.

Un boccone alla volta, di Nora B. Cugno, ci parla – in qualche modo – dell’errore che facciamo un po’ tutti: sentirci sbagliati. Ci dice che a volte sentiamo troppo e anche questo ci pare un errore. Ci racconta, poi, che non è così.

Lo potete leggere, nella sua forma estesa, qui:


C’è un Mostro che abita sotto il mio letto.

Tra i conigli di polvere e le cartine leggere delle sigarette. Di tanto in tanto se ne rolla una pure lui.

È diventato il mio migliore amico.

Ci siamo conosciuti quando dormivo ancora con il mio peluche preferito: un toporagno della Trudi di nome Priscilla. Lui fumava già. Forse è colpa sua se ho preso il vizio.

La sera, quando mi metto a letto dopo un’estenuante giornata e l’ansia affonda le sue spire dietro i miei occhi, Roberto mi afferra la caviglia da sotto il letto, fa scattare i suoi artigli sulla mia pelle e, subito, lo stato di sconforto che mi attanaglia il petto scompare.

Siede sempre ai piedi del materasso. È educato, mi lascia i miei spazi.

Capisce che mi va di parlare perché mi metto seduta: rolla una sigaretta e, da galantmostro quale è, l’accende soffiandoci sopra e me la passa pure.

«Desumo che, in questa occasione, l’origine del tuo timore non possa essere attribuita al ricordo di quando tuo fratello, con gesto dissennato, troncò il capo della gentile guerriera che veste alla marinara Sailor Moon, vero?» chiede placido.

Inspiro forte la sigaretta e lo guardo. È fatto di ombre, Roberto, ma riesco a distinguere le zampe e le orecchie di una capra, insieme agli arti superiori di un T-rex, ma più lunghi. Gli occhi da serpente lampeggiano quando io annuisco.

Trattengo il respiro e scuoto la testa. Butto fuori il fumo che si arriccia elegante verso il soffitto della stanza.

«Tu sei qui per proteggermi, giusto?»

Lui espira, sembra un drago.

«Sì, appartengo alla nobile stirpe dei SottoSicuro e, tra i miei pari, sono il più eccellente!» è fiero e col petto gonfio di nicotina.

«Questo mese sono stato insignito del prestigioso riconoscimento di Miglior incubo soffocato. Pare che tu abbia vissuto, di recente, un’intensa e sgradita attività onirica. Ah, se solo avessi visto la gelosia di Mario, il Mostro che abita nell’armadio! È forse per tale motivo che le ante, in questi giorni, si chiudono con poca grazia. Hai notato?» attorno alle corna d’ariete si è disegnata un’aureola di fumo un po’ sghemba che mi investe facendomi lacrimare gli occhi.

Ah no. Sto piangendo.

«Desideri che io scomodi il Mostro che dimora sotto il giaciglio altrui? Se ciò può arrecarti conforto, sono pronto a farlo per te.»

Sbuffo una risata e tiro su col naso, ma non dico di no.

Se non fosse un Mostro sarei già innamorata di lui.

Abbasso lo sguardo e mi concentro sulle pieghe del lenzuolo a pois bianchi e rossi, che stritolo fra le dita.

«Non so da dove cominciare.» Le parole mi graffiano la gola e inciampo sulle lettere, mi sciolgo in singhiozzi affannati e ogni respiro sembra l’ultimo.

Roberto si avvicina di più, riesco a sentire le squame fredde contro il mio fianco caldo.

«Dall’inizio» mi invita. La sua voce è ruvida, sembra masticare ghiaia. Eppure, si insinua nella mia anima e scioglie la matassa di pensieri che dal cuore vanno alla testa e viceversa.

«Sono… stanca. Tutto questo affanno continuo, questo restare a galla, anche quando ho l’acqua che mi copre già fin sopra il naso. Non riesco a respirare, non riesco a sentirmi» annaspo. «È tutto troppo, capisci?» do un tiro profondo e trovo il coraggio di tornare a guardarlo negli occhi serpentini. È attento, Roberto, di quell’attenzione che nessuno mi ha mai dato. Con lui non devo pesare ogni pensiero e prende sul serio ogni mia preoccupazione.

«Non so se ne vale la pena» aggiungo avvilita e spengo la cicca contro il marmo del pavimento. Roberto si ferma con la lingua biforcuta di fuori, la cartina umida. Mi studia e rolla.

«Il Troppo» dice greve, come se il peso del mondo gli fosse familiare da sempre, «è un avversario insidioso. Ben più temibile di un fratello pestifero o di una bambola decapitata. Più gravoso di una materia scolastica fallita o di un amante che ti ha abbandonata». Annuisce con saggezza mostruosa.

Riesce a strapparmi un sorriso e qualche parola. «Già, vorrei proprio che sparisse, il Troppo intendo. Però, mi rendo conto che forse sarebbe meglio se quella a sparire fossi io. Sarebbe tutto più semplice, no?» Alla fine è stato così facile dirlo, eppure vedo il mozzicone pendere dal suo muso, non lo avevo mai visto esitare. Sembra più umano che mostro.

Roberto si muove piano sul letto, adesso incombe su di me. Non ho paura.

Non di lui, mai di lui.

Il suo fiato bollente si mescola al mio gelido, sono io che mi sento un essere d’ombra, schiva; mentre lui è vivo, accogliente.

Mi afferra un polso, gentile, nessun possesso.

Come se potessi sparire in un respiro improvviso.

«Posso divorarlo, se lo desideri» suggerisce, dolce come una BlackStone. Non capisco e mi mostra i denti affilati in un sorriso rassicurante.

«Il Troppo intendo. Lo afferro, lo mastico ben bene, e lo ingoio fino all’ultimo pezzetto. Che ne pensi al riguardo?» i suoi occhi scintillano sinceri, soddisfatto dell’ottima trovata.

Quel barlume di speranza prova a riempire pure me.

«E dopo?» chiedo esitante, «cosa rimane se te lo mangi tutto?». Abbandono la testa sulla sua spalla squamosa, mentre con un soffio incandescente se ne accende un’altra.

Roberto fa un lungo tiro, che la dimezza.

«Dopo?» riflette, espirando calmo, la stanza è sparita inghiottita dalla nebbia e riesco a vedere solo lui. «Dopo ciò che persiste è solo quello che vuoi che rimanga, la parte di te che scegli di custodire.» La sua voce preme urgente contro le mie orecchie, le sue parole strisciano sotto la mia pelle.

Respiro, inspiro, respiro, inspiro.

Il fumo passivo mi distende i nervi e mi sento stupida ad aver spento la sigaretta che Roberto mi aveva rollato con riguardo.

«E se quello che voglio tenere è proprio ciò che mi sta soffocando? Non sono sicura di voler aiuto.» Confesso un segreto che non sapevo di star custodendo gelosamente. Raccolgo il poco coraggio che mi resta e lo affronto guardandolo dritto negli occhi.

Lui però distoglie lo sguardo.

Ma, prima che possa ritrarmi ferita e respinta, si allunga su di me e, avvolgendomi con le sue braccia da T-rex e i suoi artigli delicati, mi stringe a sé.

Un padre che cerca di proteggere sua figlia dai mostri sotto il letto, quando in realtà il mostro è proprio lui.

«Tu non sei un peso.» La sua voce roca somiglia a quella dei vetri rotti e tutto il dolore che mi soffoca sembra trovare una via di fuga, piccola e momentanea, ma c’è. È lì.

«Tu non sei un peso» ripete. Una carezza ruvida che mi coccola e rischiara con dolcezza i miei pensieri più bui. «Sei solo una giovane donna che vede troppo, sente troppo e vive con straordinaria intensità. E questo mondo, a volte, non sa trattare con riguardo chi è dotato di una natura tanto speciale come la tua.»

Per la prima volta dopo tanto tempo, non mi sento più sola. Non mi sento più scabra e col cuore marcio, né fredda come la morte. Il nodo nel mio petto si allenta, quel tanto che basta per prendere un respiro più profondo.

«E se il Troppo non sparisce mai?» Le mie labbra premono incerte sul suo orecchio caprino.

Lui porta l’artiglio che tiene la sigaretta sul muso, allenta la presa su di me. Finisce il mozzicone socchiudendo appena gli occhi. Trae un piacere così intenso che posso sentirlo.

Sospira e il fumo ci avvolge in una nuvola che ci intrappola in quell’istante nel tempo.

«Allora, sarà mia premura restare in eterno qui, sotto il tuo giaciglio. Ogni notte. Pronto a donarti un sigarillo in compagnia dei conigli di polvere e a divorare il tuo Troppo, un boccone alla volta.» Il Mostro sotto il letto non ha tutte le risposte, eppure trova un modo per tenermi ancorata a questa realtà. Mi lascia andare con delicatezza e, come il migliore dei prestidigitatori, tira fuori da dietro il mio orecchio un’altra sigaretta. Scoppio in una risata cristallina che rende felice più lui che me e lascio che sia il Mostro ad accenderla e poggiarla fra le mie labbra.

Do una boccata e casco sul letto.

«Grazie» sussurro tra un tiro e l’altro, mentre all’angolo del suo muso si arriccia un piccolo sorriso appagato.

«Non è il caso che tu mi ringrazi! Sei consapevole di quanti premi mi verranno conferiti per l’eccellente operato svolto questa sera?» gongola soddisfatto. Gli allungo la cicca della nanna, cosicché sia lui a finirla e, fumatore incallito quale è, non si nega un ultimo tiro.

«No, parlamene» chiedo assonnata, più nel mondo dei sogni che in quello reale.

«Vi è il premio Ombra d’oro, che si conferisce al Mostro che, sempre nascosto tra le tenebre, è pronto a offrire una spalla su cui piangere e una sigaretta da condividere. Oppure il premio Miglior problem-solver spettrale, destinato a quelle creature che, con prontezza e ingegno, sono sempre in grado di risolvere anche i dilemmi più ardui. E poi…» La voce rassicurante di Roberto è una dolce ninna nanna.

Il fumo si dissolve lento nella stanza. Chiudo gli occhi e il battito del cuore sembra rallentare un po’, perché questa notte so che non dovrò combattere da sola il Troppo.

Mentre scivolo nel sonno, sento la presa di Roberto sulla mia caviglia, un tocco gentile di artigli.


L’autrice

Nora B. Cugno è siciliana, vive a Catania, ma è più probabile trovarla su un aereo che a casa. Ha una doppia vita: studentessa di medicina la mattina; scrittrice, booktoker e organizzatrice di eventi pop e letterari la notte. Il suo primo racconto «Cardiorebus» ha fatto il suo debutto nell’antologia Nuovi curata da Itaca colonia creativa. Ha esordito a luglio 2025 con il romanzo Il sigillo della Morte (Queen edizioni).


La nostra nuova call

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