
Perché non possiamo vivere senza storie
L’abbiamo chiesto al professor Stefano Calabrese, esperto di Medicina narrativa, che ci ha spiegato cosa succede nel nostro cervello quando leggiamo.
Pagina dopo pagina, un romanzo dopo l’altro, è cresciuta la nostra dipendenza dalle narrazioni e ci siamo ritrovate a interrogarci sull’attività che divora gran parte del nostro tempo (e anche del vostro, se siete finiti tra queste righe): la lettura. Da dove nasce e come si alimenta, dal punto di vista neurologico, il nostro bisogno di storie? Cosa c’è in quell’insieme di lettere e frasi che attiva le nostre sinapsi?
Il fatto
A offrire lo spunto per la nostra riflessione è un caso che, non molti anni fa, ha fatto salire il mondo dell’editoria libraria agli onori della cronaca, come solo di rado succede. E no, non stiamo parlando della discussa pubblicazione del libro di un noto generale.
La vicenda è per certi versi persino più oscura e insidiosa, dal momento che ha messo in discussione i meccanismi di fiducia e di passaparola sui quali l’industria culturale – non solo italiana – si fonda e si regge.
Tra il 2016 e il 2022 alcune tra le maggiori case editrici internazionali sono state raggirate da un trentenne italiano, Filippo Bernardini, che è riuscito ad accaparrarsi più di un migliaio di libri prima che venissero pubblicati: dai romanzi di Margaret Atwood a quelli di Sally Rooney, passando per un tentativo fallimentare con quelli di Elena Ferrante. Il coinvolgimento dell’FBI nell’arresto e l’accusa per frode telematica avanzata dalla procura federale di New York sono solo alcuni tra i dettagli più curiosi di una vicenda che, nella sua gravità, ha dell’inverosimile. Quel che colpisce di più , infatti, è che questa calibrata operazione di furto non ha prodotto alcun profitto economico: i manoscritti sottratti con l’inganno non sono mai stati venduti.
Questo perché, per stessa confessione del ladro di libri, a muovere le sue azioni – oltre alla volontà di farsi beffe del sistema – è stato nient’altro che il privilegio di essere la prima persona al mondo a posare gli occhi su opere inedite.
Non ho mai divulgato quei manoscritti. Volevo stringermeli al petto ed essere una delle pochissime persone a custodirli prima di tutti gli altri, prima che finissero sugli scaffali in libreria. A volte, mentre li leggevo, ho avvertito una connessione unica e speciale con l’autore, quasi ne fossi stato l’editor.
Nessun tornaconto economico, quindi: questo Robin Hood dell’editoria, che ruba ai grandi marchi per dare a sé stesso, ha fatto tutto per amore della letteratura. O almeno questo è quello che ci piace pensare, pur riconoscendo che si è trattato di un atto legato soprattutto a una strana forma di bibliomania e al desiderio di far parte del mondo editoriale.
Se tralasciamo per un attimo la piratesca esecuzione del piano e la sua portata destabilizzante per un intero settore professionale, questa storia ci offre l’occasione per arrivare a definire la qualità precipua del Lettore Comune, il cui carattere disinteressato e assorto ha ispirato a Virginia Woolf un brillante apologo:
Nel Giorno del Giudizio, l’Onnipotente si rivolgerà a Pietro dicendo, non senza una certa invidia quando ci vedrà andargli incontro con dei libri tra le braccia: «Guardali, costoro non hanno bisogno di alcuna ricompensa. Non dobbiamo dar loro nulla. Hanno amato leggere».

Chi all’inizio di ogni lettura non cerca quell’esaltazione che solo il con un libro è in grado di provocare? E i fortunati che l’hanno provata sanno che non esiste al mondo ricompensa più grande di questa.
L’intervista
Ma fino a che punto e con quali effetti un libro è in grado di agire sul suo lettore?
Per capirne di più e per non rischiare che la nostra visione romantica della lettura prenda il sopravvento, abbiamo cercato una voce più autorevole della nostra e abbiamo chiesto al professor Stefano Calabrese ragguagli scientifici sul rapporto tra la lettura e le neuroscienze.
Ordinario di Semiotica del testo, Calabrese ha applicato le acquisizioni neuroscientifiche e cognitiviste ai generi narrativi. In altre parole, ha scoperto che non possiamo vivere senza storie.
1. Professore, conosceva la storia del ladro di manoscritti? Pensa che questa cleptomania verso le storie può essere spiegata dal grande piacere che ci regala la lettura?
Conosco la storia del ladro di manoscritti, ma non è l’unica da questo punto di vista. Nelle Mille e una notte ci sono anche storie dedicate ai mercanti di storie, cioè coloro che vendono storie (beninteso storie orali) e i compratori che le cercano con accanimento. Naturalmente queste storie sono generate dal fascino straordinario che le narrazioni hanno sempre destato negli ascoltatori. Ecco, parliamo soprattutto di storie orali. La tradizione, i miti relativi alla fascinazione destata dalle storie riguarda più la cultura orale, una cultura che viene in qualche modo avvolta dalle storie, che assiste alla nascita di una storia mentre un narratore la racconta. Questa tipologia di mito – l’incantamento dovuto alle storie – naturalmente si trasmette anche alle culture a dominanza scritta e incontra un’altra innovazione fondamentale: quella della lettura in intimità con il libro. Quando accade tutto questo? Accade con la grande rivoluzione editoriale di inizio Ottocento, quando i libri di piccolo formato e le biblioteche circolanti offrono ai lettori libri perfettamente maneggiabili e che per la prima volta vengono letti con una luce fioca nelle ore serali o addirittura notturne, sui canapè, sulle chaise long, sui divani o a letto, cioè in una posizione assolutamente di abbandono in cui il lettore si sentiva in qualche modo fragile, tale da essere “aggredito” dal fascino delle storie con maggiore intensità.
2. Può spiegarci quali sono le reazioni neuro-fisiologiche che hanno luogo durante la lettura di una buona storia e che ci impediscono di staccarci dalla pagina?
Ogniqualvolta si parla di piacere, di fascino, di incapacità di trattenersi dall’avvicinarsi a qualche cosa – in questo caso stiamo parlando di lettura – parliamo di vere e proprie dipendenze. Le dipendenze riguardano gran parte della nostra vita perché il cervello ama le abitudini, ama ciò che in qualche modo gli può risultare riconoscibile; dunque, dove sta il segreto di queste dipendenze? Sta proprio al centro del cervello, per esempio nel nucleo accumbens o nell’area tegmentale ventrale; siamo al centro del cervello, ed è qui che scattano le nostre dipendenze: il fascino che una storia genera in noi è talmente forte da non riuscire ad abbandonarla, e non diversamente procedono anche le dipendenze dalla passione amorosa o le dipendenze dalle droghe. Queste aree del cervello sono luoghi di ricettazione privilegiata della dopamina, cioè un neurotrasmettitore che promuove la ricerca, promuove la cinesi, promuove il movimento innovativo, e quindi ci spinge ad andare avanti comunque sia e a non fermarci. Un meccanismo di grande fascino e ovviamente altamente pericoloso nel caso della tossicodipendenza. Le narrazioni promuovono una vera e propria dipendenza laddove sono in grado di mettere in circolo dosi massicce di dopamina: una storia che annoia evidentemente non ha questa capacità. Questo ci dovrebbe dire che noi dovremmo promuovere in ogni caso testi non che hanno fatto la storia della cultura, ma testi che hanno fatto la storia della cultura offrendo però un piacere marcato e una forte partecipazione dei lettori.
3. È stato appurato che le narrazioni sono palestre cognitive di comprensione empatica. Si può dire allora che i libri possono aiutarci a diventare persone migliori?
Sì, la scoperta che i libri possono farci diventare persone migliori e persino che possono migliorare la nostra condizione corporea, sicuramente il nostro benessere, è una certezza a cui siamo arrivati relativamente da pochi anni, diciamo quindici anni. E oggi bisognerebbe che tutti ne fossero a conoscenza, perché questo faciliterebbe la promozione della lettura: sono convinto che la promozione della lettura debba uscire dall’ambito strettamente culturale e scolastico, e che debba invece intercettare domande di benessere, di piacere, di comprensione empatica degli altri. Perché questo avviene? È molto semplice: quando leggiamo una storia appassionante noi smettiamo di essere noi stessi, ci identifichiamo in uno o più protagonisti della storia o semplicemente nel mondo finzionale, e proviamo tutte le emozioni che vengono intercettate in questo mondo finzionale. Siamo qualcun altro, e quando torniamo a noi stessi non siamo più noi stessi ma siamo noi stessi più qualcun altro. È del tutto evidente che in contesti socialmente frammentari quali quelli attuali e con un elevato coefficiente di flussi migratori, la comprensione empatica è un valore indiscutibile che potrebbe favorire una armonia sociale molto molto maggiore di quanto oggi non accada.
4. Tra le sue aree di interesse c’è anche la Medicina narrativa e l’uso della letteratura a fini terapeutici. In che modo il racconto può guarire da traumi e patologie neurodegenerative? Come la narrazione ci difende e ci salva?
Anche in questo caso, abbiamo dei processi innovativi in corso. La medicina narrativa nasce esattamente trent’anni fa ma sta conoscendo proprio adesso un’ascesa quasi vertiginosa. Distinguerei due aspetti profondamente terapeutici della medicina narrativa, uno attivo e uno passivo. La terapia passiva si ha quando noi siamo lettori di una storia e questa storia produce in noi dei cambiamenti attraverso flussi ormonali e neurotrasmettitori che riescono a migliorare la nostra condizione: per esempio, se siamo depressi possiamo leggere una storia molto avventurosa e questo farà sì che noi saremo inondati da dopamina, oppure se siamo ansiosi e leggiamo una storia emozionale – una storia alla Charles Dickens, per intenderci – questo comporterà nel nostro corpo flussi di ossitocina, di endorfine, di serotonina che ci daranno un senso di grande pace. La seconda direzione terapeutica invece è quella attiva, in cui noi non siamo lettori ma siamo autori, scrittori: questo riguarda in particolare la condizione postraumatica da stress, nel senso che è stato provato che individui che hanno subito un trauma grave, per esempio in un conflitto bellico o perché hanno subito delle aggressioni di tipo sessuale o perché sono stati testimoni di decessi improvvisi e tragici, anche di familiari molto stretti, vengono sottoposti dai caregiver a rinarrazioni del trauma sia verbalmente che attraverso il disegno. Queste rinarrazioni progressivamente migliorative fanno sì che si attenuino le emozioni più forti e che riescano a convertirsi in procedimenti più razionali, più consoni alla corteccia prefrontale. Infatti i traumi sono degli inibitori: le emozioni indotte dai traumi sono talmente forti da non riuscire ad essere lette dall’amigdala e quindi non entrano nell’ippocampo, che è il grande archivio della nostra memoria autobiografica. Questa parte della medicina narrativa è oggi assai studiata dalla comunità scientifica evidentemente perché ci sono molte parti del mondo particolarmente sottoposte a traumi. Pensiamo ai conflitti sia in Palestina che in Ucraina, ad esempio.
5. Un’ultima domanda: un altro campo della sua vasta indagine è la narratologia culturale, ovvero la relazione tra storytelling e habitat (geografico, sociale) nella costruzione e preservazione della memoria culturale. Siamo curiose di sapere cosa accade ad esempio all’identità e alla memoria collettiva di un popolo ferito dal trauma di una dittatura.
È una bella domanda, e anche assai complessa, quindi devo necessariamente semplificare. Le guerre e i grandi traumi collettivi indotti da tsunami o terremoti sono degli inibitori di storie, nel senso che mentre è in corso un trauma le storie si fermano. Questo è sempre accaduto anche nella storia ufficiale: basti pensare che negli anni della rivoluzione francese la produzione romanzesca (la narratività vera e propria) si interrompe completamente e poi viene rilanciata non appena gli stili di vita si riappacificano. Questo accade un po’ ovunque, basti pensare alla proliferazione di storie sulla guerra partigiana che però hanno dovuto attendere che la guerra finisse, e quando il trauma finisce c’è proprio bisogno collettivamente di ricostruire un’identità culturale, un’identità di stili di vita, e nulla come le narrazioni, nulla come le storie riescono davvero a cicatrizzare queste ferite collettive.
Grazie all’illuminante contributo del professor Calabrese, abbiamo fatto luce su quello che il bizzarro fatto di cronaca da cui siamo partite aveva lasciato solo intravvedere e spiegato cosa succede nel nostro cervello quando leggiamo. Alla fine di questo nostro luuungo numero sappiamo con certezza che il nostro instancabile bisogno di storie è ancestrale e può, in una certa misura, garantire il benessere della nostra vita individuale e collettiva. È considerato ormai un dato di fatto: da un lato raccontare allontana il trauma, dall’altro leggere ci tiene in vita come strumento per far fronte all’esperienza del mondo (o per immaginarci un altro mondo). Da qui, il valore indiscutibile e concreto dei libri: le parole esercitano un potere incantatore su di noi, ma non per questo ci estraniano dal mondo. Al contrario, leggere ci rende vivi, più vivi.
L’ospite
Stefano Calabrese è professore ordinario di Critica letteraria e letterature comparate. Insegna Medicina narrativa e Comunicazione narrativa all’Università di Modena e Reggio Emilia, Analisi dei testi mediali alla IULM di Milano e NeuroHumanities all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Tra le sue ultime pubblicazioni: Eserciziario di neuronarratologia. Per una grammatica della fantasia (Pearson, 2024); La narrazione. Letteratura, storie di vita, visual storytelling (Pearson, 2024); Vivere di storie. Seminario su Maupassant e la neuronarratologia (con A. Conti, Carocci 2023); Neuro-Narratology. The Neural Secrets of Narration (Peter Lang, 2023); Che cos’è la medicina narrativa (con V. Conti e C. Fioretti, Carocci 2022).
Cose citate
Vincenzo Latronico, L’incredibile storia del ladro di libri, Internazionale, 5 febbraio 2025;
Sian Bailey, Bernardini stole manuscripts because he ‘wanted to read books before they hit stores’, The Bookseller, 13 marzo 2023;
Filippo Bernardini ha detto che rubava i manoscritti perché voleva leggerli prima di tutti, Rivista studio, 14 Marzo 2023;
Mario Baudino, Il Fantomas dei libri ora rischia la galera, La Stampa, 21 Marzo 2023;
Sarah Shaffi, Book Fraudster Filippo Bernardini Spared Jail, The Guardian, 24 Marzo 2023;
Virginia Woolf, Come leggere un libro, Passigli, 2012;
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